Il Frankenstein Creativo
Avvocati, giudici e popcorn: lo spettacolo del copyright nell'era digitale
La Battaglia Legale tra AI e Copyright: Novità e Sviluppi
Articolo della newsletter — aggiornato. Pubblicato originariamente nella nostra newsletter settimanale e poi aggiornato con gli sviluppi del 2025: le sentenze Thomson Reuters v. Ross Intelligence, Bartz v. Anthropic, Kadrey v. Meta e la causa Disney e Universal v. Midjourney.
Ultimo aggiornamento: giugno 2026
IA e diritto d'autore: il 2025 ha spostato la domanda, non l'ha risolta
Il 2025 doveva portare chiarezza sul rapporto tra intelligenza artificiale e diritto d'autore. Ha fatto il contrario: ha spostato i pali della porta. Le prime sentenze sostanziali non hanno stabilito se addestrare un modello su opere protette sia lecito — hanno cambiato le domande che contano. Non più "l'uso è trasformativo?", ma due questioni più scomode: come hai ottenuto i dati, e riesci a dimostrare un danno di mercato? Ed entrambe, vale la pena dirlo subito, premiano chi ha scala e risorse, non il singolo creatore.
Le sentenze del 2025: il campo di battaglia si sposta
Tre decisioni, lette insieme, raccontano lo spostamento.
Thomson Reuters v. Ross Intelligence (11 febbraio 2025). Il giudice Stephanos Bibas ha stabilito che usare le headnotes di Westlaw — i riassunti legali proprietari di Thomson Reuters — per addestrare un motore di ricerca giuridico concorrente non è fair use. Il punto decisivo non è stato un giudizio sull'IA in sé, ma il fatto che Ross stesse costruendo un sostituto di mercato diretto di Westlaw. Come ha scritto Bibas, il pubblico non ha diritto all'analisi legale di Thomson Reuters: il copyright serve a incentivare la creazione di strumenti utili, non a regalarli a un concorrente. Va detto con precisione, perché il resto della vicenda lo conferma: Ross non ha perso perché "addestrare l'IA è illegale", ma perché il suo prodotto sostituiva direttamente quello da cui aveva attinto.
Bartz v. Anthropic (23 giugno 2025). Il giudice William Alsup ha stabilito che addestrare Claude su libri acquistati legalmente è fair use — definendo il processo "spettacolarmente trasformativo". Nello stesso tempo ha condannato Anthropic per aver scaricato oltre sette milioni di libri da archivi pirata come LibGen. La distinzione è netta: l'addestramento può essere fair use, ma l'acquisizione illegale del materiale resta illecita e risponde per conto suo.
Kadrey v. Meta (25 giugno 2025). Due giorni dopo, il giudice Vince Chhabria ha dato ragione a Meta sull'addestramento di LLaMA — ma per una ragione diversa. Gli autori, tra cui Sarah Silverman e Ta-Nehisi Coates, non sono riusciti a dimostrare che il modello stesse sostituendo le loro opere sul mercato o causando un danno economico concreto. Chhabria ha preso le distanze dall'enfasi di Alsup sulla "trasformatività", indicando il danno di mercato — non la trasformazione — come il fattore che dovrebbe decidere.
Qui sta il punto che tiene insieme le tre sentenze. La trasformatività non è "morta" né si è rivelata una finzione: in Bartz ha vinto, e con parole entusiaste. È stata però retrocessa. Da sola non basta più, e da sola non condanna: il terreno su cui si decide si è spostato sull'acquisizione dei dati e sulla prova del danno. Chi sostiene che i giudici stiano "smascherando" la trasformatività descrive un trend che le loro stesse sentenze non confermano. La verità più utile è un'altra: la trasformatività è diventata necessaria ma non sufficiente.
Il quarto fattore e la probatio diabolica
Se il campo di battaglia è il danno di mercato — il quarto fattore del fair use — la domanda pratica diventa: chi riesce a dimostrarlo? Thomson Reuters ha vinto perché la sostituzione era evidente e diretta. Bartz e Kadrey hanno tenuto perché gli attori non sono riusciti a quantificare il danno. Ed è qui che emerge una probatio diabolica: come fa un autore a dimostrare matematicamente un danno diffuso, distribuito su milioni di opere e di utenti, quando l'effetto è reale ma difficile da isolare? Si sta costruendo un sistema in cui la protezione dipende dalla capacità di provare ciò che spesso è intuitivamente evidente — e provarlo costa. È il primo modo in cui la struttura premia la scala: dimostrare il danno di mercato è alla portata di Getty o di Thomson Reuters, molto meno del singolo illustratore.
Hollywood e il prezzo della scala: Disney e Universal v. Midjourney
A giugno 2025 sono entrati i pesi massimi. Disney e Universal hanno citato Midjourney: è la prima volta che major hollywoodiane portano in tribunale una società di IA per violazione di copyright. La causa — oltre cento pagine — accusa Midjourney di aver attinto a un numero enorme di opere protette per addestrare il software, personaggi iconici inclusi, e descrive il servizio come una "macchina distributrice virtuale" di copie non autorizzate. Con oltre venti milioni di utenti registrati e circa 300 milioni di dollari di ricavi nel 2024, Midjourney è uno dei maggiori generatori di immagini al mondo.
Il punto non è il dramma hollywoodiano. È che Disney e Universal hanno ciò che ai singoli artisti manca: risorse per sostenere anni di causa e peso politico per ottenere attenzione legislativa. Come ha sintetizzato un osservatore del settore, non si tratta di Hollywood che cerca di spegnere l'IA generativa: si tratta di compensazione. La distinzione conta — non fermare l'innovazione, ma farsi pagare — ma vale soprattutto per chi può permettersi di rivendicarla.
Gli attori e il paradosso del valore
La recitazione è il punto in cui la questione diventa esistenziale, perché qui l'identità dell'interprete è il mestiere. Clonare volto, voce e stile trasforma la performance da atto irripetibile a template replicabile. Gli studios hanno già "resuscitato" interpreti scomparsi e manipolato interpretazioni esistenti; il film Here, con le ricostruzioni digitali di Tom Hanks e Robin Wright, mostra però il modello opposto — uso autorizzato, con consenso esplicito e diritti pagati. Il problema, di nuovo, non è la tecnica: è il consenso e la compensazione.
C'è qui un paradosso apparente. Gli attori più celebri sono i più esposti alla replica algoritmica, perché la loro stessa fama ha prodotto l'enorme quantità di materiale su cui un modello si addestra. Ma la stessa fama compra anche la difesa: sono loro ad avere gli avvocati, i contratti come quello di Here, e il sostegno politico dietro proposte come il NO FAKES Act — che Disney appoggia proprio per proteggere voce e sembianze dalle repliche non autorizzate. La fama è insieme bersaglio e corazza. Il creatore davvero indifeso, ancora una volta, è quello senza scala.
Adobe: una scommessa, non una virtù
Mentre gli altri si difendono in tribunale, Adobe ha provato a vendere l'alternativa "etica": Firefly come commercially safe AI, addestrato — sostiene — su immagini licenziate da Adobe Stock e su contenuti di pubblico dominio, con strumenti come i Content Credentials e l'etichetta "Do Not Train". Conviene leggerla per quello che è: una strategia di prodotto e di posizionamento, non una virtù.
I numeri raccontano i limiti. Secondo rivelazioni di Bloomberg dell'aprile 2024, circa il 5% del dataset di Firefly comprendeva immagini generate da IA concorrenti, Midjourney inclusa; dentro Adobe Stock, 57 milioni di immagini sono etichettate come generate da IA, il 14% del totale. Adobe risponde che ogni immagine passa per un processo di moderazione che esclude marchi e personaggi riconoscibili, e che il modello resta più pulito di chi usa dati interamente non licenziati. Può darsi. Ma "più pulito dei concorrenti" non è "etico": è un grado diverso dello stesso problema, e per l'utente finale si traduce, al massimo, in un'esposizione legale minore — non nulla. Vale come scommessa industriale plausibile sul fatto che il licensing diventerà la norma. Non vale come patente morale.
L'Europa e la trasparenza obbligatoria: l'AI Act
Mentre gli Stati Uniti si muovono nel labirinto del fair use caso per caso, l'Europa ha scelto la via opposta con l'AI Act, in vigore dall'agosto 2024 e ora in fase di attuazione. La norma impone ai fornitori di modelli generali di pubblicare un "riassunto sufficientemente dettagliato" dei dati di addestramento, materiali protetti compresi; a gennaio 2025 la Commissione ha pubblicato un modello per redigerlo. I pilastri sono tre: trasparenza sulle fonti, rispetto del diritto d'autore UE indipendentemente da dove avvenga l'addestramento, e rispetto dell'opt-out dei titolari dei diritti.
L'effetto è extraterritoriale: la norma si applica a chiunque immetta un modello sul mercato europeo, indipendentemente dalla giurisdizione in cui avvengono gli atti rilevanti per il copyright. Da un lato questo crea standard incompatibili con la giurisprudenza americana e rischia di frammentare il mercato globale. Dall'altro, anche la trasparenza obbligatoria è un costo che i grandi assorbono meglio dei piccoli: la stessa logica di scala, in versione regolatoria.
Cosa può essere protetto: il rapporto del Copyright Office
A gennaio 2025 l'Ufficio Copyright statunitense ha pubblicato la seconda parte del suo rapporto sull'IA, chiarendo cosa è proteggibile. I principi: sono tutelabili solo le opere i cui elementi espressivi sono determinati da un autore umano; il semplice inserire un prompt non basta; l'assistenza dell'IA non esclude di per sé la tutela; le opere interamente generate dall'IA non sono proteggibili.
La linea è sottile e in parte arbitraria — cosa distingue davvero chi seleziona tra mille output di un modello da chi seleziona tra mille righe di codice? — ma resta decisiva, e tracciarla richiede la capacità di documentare l'apporto umano. Anche qui un vantaggio per chi ha processi e archivi, non per chi improvvisa.
Il mosaico internazionale
Il quadro globale è frammentato. Un tribunale di Pechino, già a novembre 2023, ha riconosciuto la tutela a un'immagine generata dall'IA purché mostri originalità e apporto intellettuale umano. Un tribunale ceco, nel 2024, ha negato la tutela a un'immagine creata tramite prompt, allineandosi alla posizione statunitense. Stati diversi, principi diversi: la frammentazione non è una fase di passaggio, è la condizione in cui le aziende devono operare.
Conclusione: chi sta vincendo, per ora
Cosa resta, allora, del 2025? Non la risposta che tutti aspettavano. Le sentenze convergono su due principi — la pirateria non è mai fair use, e il danno di mercato è il vero terreno di scontro — e divergono su quasi tutto il resto. Ma il filo che le attraversa è uno solo: il sistema che dovrebbe proteggere i creatori sta premiando la scala. Vince chi può dimostrare il danno, chi può sostenere la causa, chi può negoziare le licenze. Thomson Reuters, Getty, Disney monetizzano i propri archivi come dati di addestramento e costruiscono un mercato — sul modello ASCAP/BMI della musica — che rischia di escludere proprio i creatori più piccoli nel cui nome la battaglia è cominciata. È l'eterogenesi dei fini: cause nate per difendere l'individuo che finiscono per consolidare i giganti.
La domanda da portarsi dietro non è più se l'IA possa violare il copyright. È se i sistemi giuridici sappiano costruire regole coerenti abbastanza in fretta da governare una tecnologia che corre — e se quelle regole proteggeranno le persone che dicono di tutelare, o si limiteranno a ratificare un mercato tra colossi. Applicando leggi del Novecento a tecnologie del nuovo secolo, il rischio non è soltanto smettere di proteggere chi si voleva proteggere: è ostacolare forme di espressione che nelle vecchie categorie non rientrano. Il 2025 non ha chiuso la partita. Ha solo chiarito chi, per ora, la sta vincendo.
P.S. Il paradosso di Frankenstein, di solito, lo si racconta male: Frankenstein è il creatore, non la creatura — errore comune tra chi il romanzo non l'ha letto. Vale la pena ricordarlo, perché la domanda di Mary Shelley non era "chi è il mostro?", ma "di cosa risponde chi crea e poi si volta dall'altra parte?". Nel 2025 i tribunali hanno cominciato a nominare i creatori — le aziende — invece di inseguire la creatura. Ma li hanno chiamati a rispondere solo per il delitto più vistoso, la pirateria di Anthropic, non per l'uso sistematico del lavoro altrui passato sotto l'etichetta del fair use. È un inizio. È anche la misura di quanto manca.
Fonti e risorse:
- Sentenze: Thomson Reuters Enterprise Centre GmbH v. Ross Intelligence Inc. (D. Del., feb. 2025); Bartz v. Anthropic (N.D. Cal., giu. 2025); Kadrey v. Meta (N.D. Cal., giu. 2025); Disney e Universal v. Midjourney (giu. 2025); Andersen v. Stability AI (in corso).
- Regolamento (UE) 2024/1689 (AI Act) — sito ufficiale della Commissione europea.
- U.S. Copyright Office, rapporto sull'IA, Parte 2 (gennaio 2025).
- Per i casi pendenti: tracker AI-copyright di BakerHostetler.
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